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lunedì 21 settembre 2015

Breve presentazione di: 2018. A True Story of Schizophrenia

Roma, 4 agosto 2016
Gentili Lettori,

la storia che qui ho intenzione di presentarvi, sebbene denoti una narrazione all’apparenza ancora di matrice realista, se ne allontana notevolmente, sia nei modi che per i fini che si propone.
In effetti, in testa al frontespizio l’indicazione ‘Mental Health. True Stories Series’ già svela l’inusuale disposizione narrativa dell’autore perché, redatto in forma anonima, racconta la storia di un bibliofilo malato di mente, un attempato schizofrenico che, in balìa dei suoi ‘incontrollabili’ sentimenti, sembra si trovi ora impegnato in una improbabile ricomposizione di sé attraverso i libri e la loro attenta ‘ri-scrittura’.  
Ecco, dunque, che ci troviamo di fronte ad un libro scritto coi libri e sin dalle prime pagine ci si porrà necessariamente il costante e allarmante interrogativo: «Ma si può rendere omaggio all’arte o alla grande letteratura attraverso il plagio e da una visuale ‘malata’»?
D’altronde, ciò che si narra è essenzialmente un’avventura di tipo mentale, cioè una narrazione costruita tutta su fatti e contesti che trovano una spiegazione soltanto in una esuberante ‘mania’ bibliofilo-bibliografica, che rende il racconto un continuo riflettersi delle opere letterarie lette, sottolineate e postillate dal protagonista, uno schizofrenico di nome M che, forse per amore, dopo maniacali immersioni in ricerche bibliografiche per dare una spiegazione alla sua ‘consapevole’ follia, ora sembra voglia soltanto annullarsi e distruggersi. Di qui la decisione dell’ospedale psichiatrico dove M è in cura di far fuoco di tutti i suoi libri, considerati la ragione prima della follia in cui il protagonista è sprofondato.
Dico subito, però, che non c’è quasi nulla di particolarmente tetro nella sfumata biografia di M, anche se molte ripetute indicazioni bibliografiche (soprattutto nella prima parte) possono suggerire un quadro fosco del tipo di letture con cui il soggetto s’è insufflato la mente e che, a volte, rendono la lettura asfissiante se non addirittura ‘nauseante’. In effetti, quel che si legge nella prima parte è sempre relativo a contesti e situazioni inerenti a opere letterarie ormai quasi sconosciute e cadute in disuso, di cui M invece è assiduo e attento lettore (il riferimento qui è al The Faerie Queene di Edmund Spenser).
Il fine, ovviamente, è quello di trasportare chi legge nel contesto lecto-psico-patologico del protagonista seguendo un percorso di tipo esclusivamente psico-letterario, da cui però è possibile desumere l’evoluzione mentale di questo schizofrenico innamorato.
Il libro, dunque, è diviso in due parti (di cinque capitoli ciascuna) completamente agli antipodi tra loro. La prima parte, come accennato, è fatta di varie ‘oscurità’ e di vagheggiamenti pseudo-letterari, in cui l’indeterminatezza e l’inconsistenza del personaggio predominano. Alcuni lumi però appaiono attraverso le indicazioni bibliografiche delle opere lette, sottolineate e ‘alacremente’ postillate dal protagonista, che denotano però il grado di prostrazione mentale raggiunto e dunque potrebbero giustificare la decisione dell’ospedale psichiatrico di far scomparire tutti i suoi libri.  
La seconda parte, invece, è tutta all’insegna della ‘luminosità’, in cui il protagonista prende finalmente forma e ‘corpo’ e agisce (o re-agisce) a suo modo alla sua incomprensibile malattia.
A una ‘Discesa agli inferi’ succede così una ‘Ascesa al cielo’ e le due parti sono intitolate Igitur, ou la folie d’Elbehnon, titolo di un’opera di Mallarmé che tratta appunto di una discesa agl’inferi, e Marcel (invisible) re-monte un escalier, titolo di un quadro di M che richiama, invertendone il senso, il titolo di un’opera di Marcel Duchamp, ovvero il Nu descendant un escalier, a sua volta ispirato all’Igitur di Mallarmé.  
Ogni capitolo è intitolato-dedicato a Dulcinea del Toboso (superba creazione mentale del Don Chisciotte) perché, come tanti piccoli tasselli, ognuno di loro indica l’idea di bellezza che il protagonista si è costruito. Infatti, ciascuno di questi capitoli è sottotitolato con un riferimento a un’opera famosa e spesso ‘importante’ della letteratura mondiale (Faust, The Faerie Queene, Ulysses etc.), ovvero una traccia su cui è andata evolvendosi non solo l’idea di bellezza che M s’è fatto, ma anche il livello di faticosa ricerca di una soluzione al suo malessere, denotando nel contempo la snervante condizione psichica e mentale a cui è giunto.
La prima parte (Discesa agli inferi) è perciò una vera e propria ‘immersione’ nei libri letti, sottolineati e maniacalmente postillati da M, che in essi sembra sia alla ricerca di ‘paralleli’, nel libro concordances, e comunque qualcosa che possa dare una spiegazione al suo stato di prostrazione.
Difatti, tutto ciò che il medico pediatra (un amico fraterno del protagonista incaricato dall’ospedale di incenerire tutti i suoi libri) legge consulta e annota è sempre in relazione con quanto negli ultimi tempi M andava cercando nei libri che leggeva e sottolineava (soprattutto classici della letteratura, come i già citati Faust, Don Chisciotte, Ulysses, The Faerie Queene).
Dunque, è come se tutta La letteratura del mondo - per citare il titolo di un vecchio libro trovato dal medico pediatra sul comodino di M - piombasse qui tutta insieme per dare una spiegazione all’afflizione del protagonista, perché i rilievi bibliografici fatti da M e letti dal medico sono tutti incentrati sulla ricerca delle ragioni per cui la sua ‘strana’ psicosi ha avuto luogo, e dunque come trovare il modo con cui riabilitarsi e uscirne.
Tantissimi, d’altronde, sono i libri di M che vengono destinati all’incenerimento perché ormai considerati da tutti (come già diagnosticato dall’ospedale psichiatrico in cui il protagonista, dopo l’arresto per furto di libri, è stato recluso) la causa prima dello suo stato di alienazione e straniamento.
Un’opera, tra queste, apre infine un varco alla comprensione dello stato mentale in cui versa il ‘paziente’. Si tratta del già citato Igitur, ou la folie d’Elbehnon, una pièce teatrale pressoché sconosciuta e incompiuta di Stéphane Mallarmé, che ricorre e si ripercuote in modo quasi ridondante e ossessivo in quasi tutte le note e i post-it all’interno degli altri libri letti e postillati da M e consultati dal medico pediatra.
Questo testo teatrale, pertanto, in cui il protagonista è intento a prepararsi a una discesa agli inferi per cercare la ‘morte’ (cioè il suo annientamento interiore) per poi forse rinascere, è la traccia e il percorso mentale che M sembra stia seguendo alla lettera. Un racconto di M, inoltre, vi si ispira. In quel che scrive, infatti, M emula Igitur, sprofondando in se stesso e nella sua interiorità, provocando uno ‘squarcio’ (e un vulnus) nell’economia del racconto (cfr. capitolo quattro).
Un’altra opera, tuttavia, appare illuminante riguardo la ‘strana’ sindrome di cui M è vittima, e precisamente il Don Chisciotte, con quella ‘assurda’ creazione mentale con cui il grande hidalgo ha dato vita a Dulcinea del Toboso. D’altro canto come già detto, ogni capitolo ne porta il nome; e quando l’idea di bellezza dell’ingegnoso cavaliere errante (Don Chisciotte) entra in relazione con altre immagini di bellezza suscitate da altre importanti opere letterarie (Faust, The Faerie Queene libro sesto, Don Giovanni etc.), l’idea prima, reagendo con quest’ultime ‘chimicamente’, sviluppa situazioni oltremodo inconsuete, secondo quanto prevede la lois de l’hasard.
La storia dunque narra di un bibliofilo ‘psicopatico’ che, per cause incerte (forse un amore non corrisposto, di cui non si saprà mai nulla di specifico), trovando nei libri la soluzione alle sue angosce, decide di annientarsi e distruggersi fin quasi a scomparire.
Dico, infine, che la narrazione è sia in terza persona (un anonimo narratore che altri non è che il protagonista in veste di proprio censore) sia in prima persona, quando cioè M narra le sue avventure bibliofile (furti di libri) e erotiche. Il fatto è che protagonista e narratore alla fine si ‘ricollegano’ fino a ricongiungersi e coincidere, ossia la dimostrazione di una possibile recuperata integrità mentale del personaggio che la ‘strana’ malattia che l’aveva colpito aveva precedentemente disunito e scisso.

Cordiali saluti e buona lettura.


BREVE SINOSSI (che forse i più inclini alle sorprese letterarie di un testo non leggerebbero)


Il primo capitolo (Dulcinea del Toboso I - Don Chisciotte de la Mancha) s’apre subito in media res: un medico pediatra è intento a far fuoco di un buon numero di libri, ormai considerati la causa prima della strana malattia che ha colpito M, il protagonista. Tra i tanti libri che vengono dati alle fiamme (L’Anti-Edipo, Una sola moltitudine, Ulysses, Sexual Personae, Finnegans Wake etc.) v’è anche un Don Chisciotte, la cui innocuità per la salute mentale di qualsivoglia lettore viene poi riconosciuta anche dal medico pediatra, amico fraterno di M. In questi libri, tuttavia, moltissime sono le postille di M riferite al Faust, all’Igitur, alla musica di Mozart e all’opera di Marcel Duchamp. Alcuni inserti con scritti di M trascritti e inseriti dal narratore, infine, danno comunque un’idea della malattia che può averlo colpito.

Nel secondo capitolo (Dulcinea del Toboso II - L’azur! l'azur! l'azur! l'azur!), che s’apre con un breve ritratto del medico pediatra come lettore, una lunga postilla di M sulla musica di Mozart dà un primo segnale della strana sindrome di cui egli soffre. In essa appare, infatti, un confuso desiderio di morte che collega il Don Giovanni mozartiano all’Igitur di Mallarmé. Spaziando qua e là tra le note e i post-it di altri libri emerge infine che l’Igitur è l’opera con cui M crede di poter dare una soluzione al suo dilemma. Il capitolo si chiude sul The Faerie Queene di Edmund Spenser, probabilmente tra le opere più amate da M («forse un fiore all’interno di quel libro..»).

Il terzo capitolo (Dulcinea del Toboso III - Una sola moltitudine) si sofferma soprattutto su una raccolta di scritti di Fernando Pessoa (Una sola moltitudine) e sul Faust di Goethe - di cui il narratore riporta le numerose postille ivi fatte da M - e si comprende perfettamente quel che già, citando ancora l’Igitur di Mallarmé, s’è intuito nei capitoli precedenti: il protagonista vuol sprofondare in se stesso per poi forse rinascere.

Difatti, nel quarto capitolo (Dulcinea del Toboso IV - Faust II: Den Mutter!) è riportato distesamente un progetto di racconto in cui M, novello Igitur, aspira a sprofondare in se stesso. Ma qui, d’altronde, s’apre un aspro conflitto di natura morale tra il narratore (supportato dai commenti dello stupefatto medico pediatra) ed M, che è riuscito a scrivere cose che forse nessuno si sentirebbe in grado di raccontare; e probabilmente nemmeno a se stessi, tanta è l’enormità di quanto qui vien scritto (si narra di crudi amplessi con la madre e con la morte, la ‘sua’ morte, come specificato nel testo).   

Infatti, apertosi questo vulnus, il quinto capitolo (Dulcinea del Toboso V - Magnes sive De Arte Magnetica) è tutto caratterizzato dalla furia incendiaria di cui ora è preda il medico pediatra amico di M. Lo stesso narratore, d’altronde, prende le dovute distanze da quanto scritto dal protagonista, affermando che d’ora in poi tutto ciò che trascriverà sarà passato al vaglio della sua ‘irreprensibile’ moralità censoria.
Vengono così destinati all’incenerimento tutti quei libri che possono aver ispirato M a scrivere quel suo ‘turpe’ racconto. Dapprima, vengono dati alle fiamme molti autori francesi dell’Ottocento (Gautier, Balzac, Flaubert etc.) insieme a un Racine, tutti molto commentati e a tratti anche riprodotti, poi alcuni Shakespeare e infine dei libri scritti da donne, ma di quelle donne che, per intenderci, hanno aperto la narrativa e la scrittura femminile all’elemento ctonio (Agota Kristof, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Rossana Ombres), come Camille Paglia suggerisce nel suo Sexual Personae riferendosi al principio femminile già potentemente in atto in Goethe e Spenser.
Il capitolo si chiude con una breve incursione nel primo libro rubato da M, ovvero il The Faerie Queene tradotto in italiano, da cui M sembra notevolmente attratto.

Con il sesto capitolo (Dulcinea del Toboso VI - The Faerie Queene) si apre la seconda parte, dove il protagonista, attraverso i suoi racconti, emerge in forme più chiare e distinte. Infatti, dopo una breve scorsa alla lista dei libri rubati da M, il narratore trascrive per intero il primo racconto che capita tra le mani del medico pediatra.
Su questo racconto appare la data 16 novembre 2017, il giorno del ricovero di M, ma narra del primo stealing book messo in atto dal protagonista un anno prima, e a seguito dell’insensata decisione di farsi arrestare.
Il primo furto riguarda dunque il The Faerie Queene, da poco tradotto in italiano, da cui M sembra attratto innanzitutto per verificare l’attendibilità di una sua recente traduzione di alcuni canti del libro sesto. Ma un imprevisto incontro con un’affascinante sessantenne è l’occasione per capire con quali modalità e intenti ora M avvicini le donne. Infatti, poco più avanti il narratore da ampi stralci di un incontro erotico tra M e l’anziana donna conosciuta in libreria.
Chiude il capitolo, dopo un corposo approfondimento sul significato che l’Igitur di Mallarmé ha assunto per M (che ne ha voluto fare una traduzione completamente diversa da quella fatta cinquant’anni prima da un eminente francesista italiano), una breve analisi del dt. Mentòre su quanto scritto da M, rilevando in quel che legge la gravità psichiatrica che ‘inconsapevolmente’ il paziente ha raggiunto.

Col settimo capitolo (Dulcinea del Toboso VII - The Creative Act : Marcel Duchamp), quasi completamente dedicato ad un altro racconto di M, appare ancora più chiara la strategia di M per risolvere la sua ‘stranissima’ malattia. Difatti, nonostante i molti tagli scaturiti dalla volontà censoria del narratore, si capisce bene a quali livelli di irresponsabilità morale sia giunto il protagonista, che nel narrare del furto di un libro costosissimo sembra si diverta anche a descrivere le sue avventure erotiche.

Stesso discorso per l’ottavo capitolo (Dulcinea del Toboso VIII - Ulysses : an incredible Bloomsday), in cui la debordante satiriasi di M, nonostante i numerosi tagli censori del narratore, sembra ormai inarrestabile. Dedicato all’Ulisse joyciano, molto apprezzato da M e ampiamente citato e commentato assecondando gli impulsi ‘degeneri’ provati in quei frangenti dal protagonista, il racconto narra di un incontro erotico con una giovanissima donna e si svolge dapprima su una spiaggia del litorale romano per poi finire, dopo i numerosi tagli censori del narratore, sull’inverosimile e rocambolesco furto del libro. Ciò che tuttavia caratterizza il capitolo è l’ostentato sensus carnis (nel testo opposto a carnalis concupiscentiae) di cui M è intriso.

Col nono capitolo (Dulcinea del Toboso IX - Dissolution) ci avviciniamo all’epilogo. Molti nodi vengono al pettine: si fa conoscenza del fratello gemello di M; sappiamo della sua scomparsa; traspare meglio di come M sia consapevole del suo stato mentale; veniamo a conoscenza della sua ostinazione a risolvere il problema che lo affligge.

Con il decimo capitolo (Dulcinea del Toboso X - Epilogue), infine, la vicenda si chiude con due lettere di M inviate al fratello gemello e a se stesso. Avviene qui una ricomposizione del personaggio. Infatti, narratore e protagonista sembrano infine coincidere, lasciando però quel margine di aleatorietà che caratterizza un po’ tutta la composizione del racconto.


martedì 30 giugno 2015

Breve conversazione con Théophile Gautier (21 giugno 2015)


A Franco Irawan Esposito-Soekardi editore,

mio grandissimo amico.



Breve conversazione con Théophile Gautier (21 giugno 2015)



Roma, lunedì 22 giugno 2015



Ho scoperto, con mia grande sorpresa, di avere molti amici: almeno a me così sembra che sia.

Flaubert, Gautier, Balzac; il grande Assiano, Amedeus, Stéphane, Marcel, Fernando! Tutti miei grandissimi amici, nati nel Settecento o nell’Ottocento, con cui parlo e rido di cuore.

L’altra sera, sabato, verso Mezzanotte, ho parlato con Théo.

Tra le altre cose, gli ho anche chiesto di d’Albert: volevo capire come e perché si arriva al grado di concupiscenza a cui io son giunto.

Ha riso di me, e affettuosamente e lentamente m’ha risposto: «sensus carnis vs. carnalis concupiscentiae».

Al ché gli dico, e gli domando subito: «Perché credi che la donna a cui io aspiravo era per carnalis concupiscentiae»?

«Ma va là.. non sai di cosa parli».

Rimango interdetto. Non so più cosa dire.

Al che lui mi fa: «Che cosa volevi di quella donna: l’anima? Che stupido che sei; Dedalus? è lui forse che t’ha insegnato questo?».

«Ma conosco anche Balzac!», rispondo rapido e leggermente alterato.

«Honoré? Non è poi così intelligente come molti ancora dicono. Inoltre, gli è rimasta addosso quella pinguedine che ancora lo rende ridicolo. Lo hai mai visto quando si atteggia a bohémien, con quel bastoncino tutto storto e quel cilindro in testa che sembra più un bidone da pattume che un cappello? E poi emana un odore repellente; e ciò spiega perché non abbia mai avuto alcuna relazione con donne giovani: solo donne, diciamo così, ‘mature’, che poi in fondo son quelle che lo avvicinavano solo per la fama che andava acquisendo: vedi il caso della contessa Évelyne, la Hańska, femmina polacca veramente brutta e anche un poco insolente e vanitosa; un po’ come la Marquise de Listomére da lui descritta.

«In ogni caso, anche se oggi nessuno vorrà riconoscerlo, era un ipocrita degno rappresentante della più bieca borghesia parigina, perché dopo il clamoroso successo che ebbi con la Maupin faceva di tutto per oscurarmi o mettermi in ombra; e senza che io me ne preoccupassi minimamente!

E questo è quanto mi dissero poi alcuni miei amici durante quei martedì a casa di Stéphane, che lui, Honoré, al contrario di me, da morto non volle mai frequentare.

Il mio caro Gerard[1] mi disse, infatti, che lo vedeva spesso alla redazione del “Chronique”, da lui da poco acquistato, mentre, con tono agitato, parlava a Jules e a Victor[2] di me. Voleva a tutti i costi ch’essi non pubblicassero alcun articolo su quanto in quel periodo avevo scritto[3].

Difatti, già prima, m’aveva costretto ad abbandonare il “Chronique” per “La Presse” per non avermi in redazione, nonostante avessi fatto di tutto per procurargli fama con i miei mirabolanti portraits su di lui.

Ma io non me ne preoccupavo: sapevo, infatti, ch’era sempre a caccia di soldi, che poi si faceva fregare come un demente, e se c’era qualcuno che potesse oscurarlo a livello editoriale quello, per lui, ero solo io; e questo mi bastava, perché la cosa mi faceva ridere.

Povero idiota!

Charles[4] stesso aveva una cattivissima opinione di lui. Prima di morire mi confessò, infatti, di aver strappato con disgusto l’Eugénie, perché più che un romanzo storico, e come tale all’epoca di sicuro impatto editoriale, gli sembrava la cronaca di come lui non fosse riuscito a far soldi.

Chiacchiere a parte, per la tua concupiscenza, t’auguro di superarla: succede a tutti. Parlane, piuttosto, con Stéphane: ne sa più di me. Al prossimo sabato».




[1] De Nerval, suo amico di collegio.
[2] Sandeau (Le « petit Jules », all’epoca disperato per la bellissima George Sand, che finì per essere ammesso à l'Académie française quando le « titan Honoré » non lo fu mai) e Hugo.
[3] ‘La morta innamorata’, già pubblicata sul “Chronique”. «Infatti, che la mia Maupin facesse arricchire Renduel e rendeva ‘famoso’ me, lo faceva impazzire d’invidia», così aggiunse Théo.
[4] Baudelaire.

mercoledì 26 novembre 2014

Marcel Duchamp. Le Grand Verre ou Voyage au Pays de la Quatrième Dimension



Marcel Duchamp. Le Grand Verre ou Voyage au Pays de la Quatrième Dimension



Introduction à la Quatrième dimension



‘La Quatrième’, comme on appelait communément la quatrième dimension parmi les artistes d'avant-garde du premier XXème siècle, ne s'agit pas d'une invention de notre époque, actuelle.

Dans une perspective transcendante et spirituelle, il est déjà dans le XVIIème siècle qu'on a eu une première formulation concernant l'existence d'une dimension « autre » et non-sensoriel, voisine et communicante avec notre monde tridimensionnel, mais à propos d'un univers tout a fait bien séparée et bien liste.

On peut trouver cette première « extravagante » conception dans certains écrits du philosophe néo-platonique anglais Henri Moore (1614-1687), qui définit « essential spissitude » une qualité et quantité qu’il croyait présent en chaque substance vivante, mais pas perceptible aux sens à cause d'une appartenance a une autre dimension, une dimension spatiale, physiquement et géométriquement, contiguë à notre monde sensible mais de celui-ci bien liste et considéré siège, au-delà que de l'âme des morts, d'entités spirituelles et éthérées et d'autres entités incorporelles, compréhensivement des idées platoniques.

Le premier entre les philosophes qui cultivèrent sérieusement l'idée d'espaces pluridimensionnelles, cependant, fut Immanuel Kant. En 1766, en les intéressant tout d'abord à l'œuvre Arcana Coelestia du visionnaire suédois Emanuel Swedenborg - que dans ces ans allait remporter grand succès en affirmant d'être lui même en contact avec des esprits surnaturels - Kant joignit à la conclusion que, au-delà du monde physique, il y en a une métaphysique, de type spirituel : un monde « séparé » mais, en même temps, inhérent à l'autre [1]. Affronter l'inconnu, en effet, pour Kant signifiait transcender le monde quotidien - quand l'intuition s'oppose et se dirige au-delà de la réalité - et il découvre « l'autre » dans une dimension « autre ».

Toutefois, il sera seulement dans la première moitié du XIXème siècle qu'on aura les premières manifestations de la pensée mathématique orientées à donner crédibilité scientifique à cette « nouvelle dimension ». Avec la critique radicale au dogmatique cinquième axiome euclidien [2] par quelques célèbres mathématiciens européens comme l'hongrois Jànos Bolyai, le russe Nikolai Lobachevsky et l'allemand Carl F. Gauss, on voit la naissance, la construction scientifique et la représentation des nouveaux mondes-univers imaginaires - pas moins vraisemblables que de cet euclidien [3] - dont l'apogée sera atteinte quelque an après avec les soi-disant « surfaces de Riemann » de l'allemand mathématique Georg Friedrich B. Riemann (1826 -1866).

Cinquante ans plus tard, enfin, avec ce qu'Albert Einstein appelera Denkexperiment (thought experiment), cet à dire « expérience mental » ou expérience projetée et exécutée seulement au niveau imaginatif  [4], on arrive, effectivement, à la théorisation scientifique de « la quatrième ».

Voilà donc que le « casse-tête » de la quatrième dimension, que trouvera intérêts plus spécifique seul au début du dernier siècle, il pourrait se relier au paradigme d'une nouvelle conception spatiale, conséquence soit de l'effondrement des postulats d’Euclide soit des rapports qui la pensée philosophique et l'art d'avant-garde de ces ans commencent à entretenir avec les dernières découvertes de la science et le passage conceptuel de l'intemporel monde tridimensionnel des surfaces planes au l'espace-temps (qui devient 'cintré') einsteinien. Tout ça bouleversera profondément les fondations du monde entier du savoir, art compris. 

En effet, l’ample littérature scientifique de la fin du XIXème siècle et du premier '900 sur la quatrième dimension par les éminents mathématiciens anglais Edwin A. Abbott et Howard E. Hinton, par les français Henri Poincaré, Esprit Jouffret et Gaston de Pawlowski et par le russe Piotr D. Ouspensky ne tardera pas à pénétrer, avec une série de médiations inévitables, même dans les milieux artistiques plus avancés. Cubisme et Futurisme, donc, mais personnalités uniques comme le russe Kazimir Malevich même seront influencés, de mesure différente, par la « poétique de la quatrième dimension ». Mais celui-ci, entre tous, qu'il aura une orientation presque exclusive et unique vers les problèmes de « la quatrième » sera Marcel Duchamp.

Parmi les premier à clarifier le dû contracté par la recherche artistique d'avant-garde avec les nouvelles acquisitions scientifiques, il fut le poète et anobli critique d'art Guillaume Apollinaire, déjà camarade et guide d'un jeune Marcel Duchamp. Dans l'œuvre Les peintres cubistes de 1913, en effet, Apollinaire écrivait : « Or, aujourd’hui, les savants ne s’en tiennent plus aux trois dimensions de la géométrie euclidienne.  Les peintres ont été amenés naturellement et, pour ainsi dire, par intuition, à se préoccuper de nouvelles mesures possibles de l’étendue que dans le langage des ateliers modernes on désignait toutes ensemble et brièvement par le terme de quatrième dimension » [5]. Tout de suite après, cependant, Apollinaire s'aventure dans une définition personnelle de celle-là qui est considérée une « dimension supérieure », sans faute cohérent s'il vise dans une optique créatif et esthétique, mais, évidemment, plutôt « élargi » et « fantastique » dessous l'aspect scientifique : « Telle qu’elle s’offre à l’esprit, du point de vue plastique, la quatrième dimension serait engendrée par les trois mesures connues : elle figure l'immensité de l’espace s’éternisant dans toutes les directions à un moment déterminé. Elle est l’espace même, la dimension de l'infini ; c’est celle qui doue la plasticité des objets » [6].

Mais bien au-delà des implications scientifiques, la révolutionnaire « dimension imaginaire » [7] avait eu le mérite, surtout selon Duchamp et les mouvements intentionnés à se débarrasser de la conception spatiale encombrante de la tradition, d'indiquer les voies les plus brèves (« géodésiques » on dirait aujourd'hui) [8], à parcourir pour en dépasser la limitant et asphyxiée dissimulation tridimensionnelle relative à une perspective propre de la Renaissance.

Le mouvement Dada, d'autre part, montrait aussi bien ces objectifs : « Dada fut très utile comme purgatif - déclarera Duchamp à James Johnson Sweeney dans une interview de 1946 - et je crois avoir éprouvé le désir de me purger moi-même […]. Personne ne pensait qu'il put y avoir quelque chose au-delà de l'acte physique de la peinture. On n'enseignait aucune notion de liberté, aucune perspective philosophique. Naturellement, les Cubistes étaient fertiles en inventions à ce moment-là. Ils avaient assez de chats à fouetter pour ne pas s’inquiéter de perspective philosophique ; et le Cubisme m'a donné beaucoup d'idées relatives à la décomposition des formes. Mais je pensais à l'art sur une autre échelle. On discutait ferme à l'époque de la quatrième dimension et de la géométrie non-euclidienne. Mais la plupart des gens considéraient ces problèmes en amateurs. Metzinger s'y intéressait particulièrement. Et, en dépit de tous nos malentendus ces idées nouvelles nous aidèrent à prendre nos distances à l’égard des banales habitudes de penser - des platitudes de café et de studio »  [9].

Dans un article de Jean Metzinger [10] de 1911 ce renversement est très bien précisé: « Les peintres cubistes ont déraciné le préjugé qui commandait au peintre de se tenir immobile, à une distance déterminée devant l’objet et de n’en fixer sur la toile qu’une photographie rétinienne et plus ou moins modifiée par le sentiment personnel [...]. Les peintres cubistes se sont permis de tourner autour de l'objet pour en donner, sous le contrôle de l'intelligence, une représentation concrète faite de plusieurs aspects successifs » [11]. Dans le même article, en suite, est soulignée l'importance assumée par l’élément temporal dans l'œuvre d'art cubiste : « Avant d'aujourd'hui une peinture maîtrisait seulement l’espace, aujourd'hui il vit dans le temps aussi [...]. Peintres modernes conscients du miracle qui s'accomplit quand la surface de la toile suscite l'espace dès que la ligne menace de prendre une importance descriptive, décorative, ils la brisent. Éléments de lumière et ombre distribuées de manière telle qui les uns engendrent les autres justifient ces ruptures en termes plastiques ; l'harmonisation des ruptures crée le rythme » [12].

Les nombreux équivoques qui se sont levés autour de celles-ci et d'autres affirmations des cubistes erronément unis à la théorie de la relativité d'Einstein, ont été bien trouvé le point dans l'important volume The Fourth Dimension and Pas-Euclidean Geometry en Modern Art (1983) du critique d'art américaine Linda Dalrymple Henderson: « La faute des historiens de l'art qui se sont occupés de cubisme et théorie de la relativité a été cette de retrouver dans la littérature cubiste de 1911 et de 1912 l'équivalent du développement en physique d'un continuum spatio-temporel non-euclidien qu'il ne fut pas complété pas avant de 1915 ou 1916. L'absence du terme ‘quatrième dimension’ de la théorie de la relativité jusqu'à le 1908 et l'absence d'une géométrie non-euclidienne jusqu'à à propos du 1916, ils font supposer qu'une influence possible de la théorie de la relativité sur le cubisme soit vivement discutable » [13].

En effets, la confusion naquit à cause de la coexistence de deux idées, l'une géométrique et l'autre physicienne, tout à fait complètement différent en matière de quatrième dimension. Et c'est le premier, et il ne pouvait pas être autrement, à faire au pont par seconde, en constatant la possibilité de visualiser géométriquement la dimension supérieure déjà dans les tentatives on pourrait dire de 'science fiction'  présents en Flatland : Au Romance of Many Dimensions, conte satirique anonyme publié en 1882 du pédagogue anglais Edwin A. Abbott, que eu le pouvoir de faire beaucoup de bruit à l'époque, même dans le monde académique-scientifique. En restant donc dans le domaine « science-fictionnesque » Abbott, dans le dialogue serré et visionnaire entre le Carré et la Sphère, arrivera à écrire : « Voyez la confirmation infaillible de la Série 2, 4, 8, 16: n’est-ce point là une Progression Géométrique ? Et tout cela n’est-il point - si je puis me permettre de reprendre les propres termes de Monseigneur - ‘ strictement conforme aux lois de l’Analogie ’ ? En outre, Monseigneur ne m’a-t-il pas appris que si, dans une Ligne, il y a deux points frontière, et dans un Carré quatre Lignes frontière, il doit également y avoir dans un Cube six Carrés frontière ? Voyez là encore la confirmation de la série 2, 4, 6 ; n’est-ce point là une Progression Arithmétique ? Et, par conséquent, est-ce qu’il ne s’ensuit pas obligatoirement que le rejeton plus divin encore du divin Cube issu du Pays des Quatre Dimensions doit avoir 8 Cubes frontière. Et cela aussi n’est-il pas, comme Monseigneur me l’a appris à croire, ‘strictement conforme à l’Analogie’ ? » [14].

Mais puisque de la configuration des trois dimensions spatiales du Spaceland le Carré peut voir de manière inusuelle les objets, de la quatrième dimension en là-haut, grâce à l'analogie et au 'place-pensée' du Toughtlandie, il sera possible de voir l'intérieur aussi bien de tout solide: « Parvenus dans cette région bénie des Quatre Dimensions, hésiterons-nous au seuil de la Cinquième, sans oser y entrer ? Ah, non. Décidons plutôt que notre ambition s’élèvera encore à mesure de notre ascension corporelle. Alors, cédant à notre as-saut intellectuel, les portes de la Sixième Dimension s’ouvriront toutes grandes ; puis ce sera au tour de la Septième, de la Huitième… »  [15].

Il est évident comme dans le texte d'Abbott il y aie, au-delà d'une critique aigue addressée contre l' arrogance de la société victorienne, une intention finement pédagogique, c'est-à-dire une invitation à dépasser la conception cartésienne on disant 'limitée' de l'espace (les deux-dimensionnalité du Carré) et de la pensée positiviste, pour joindre aux conceptions qu'ils portent à considérer dimensions et articulations spatiales bien plus complexes et organiques, comme, par exemple, celle de la Sphère et ensuite stimuler la pensée jusqu'aux formes d'élaboration les plus riches et illimitées. Le protagoniste, le Carré, du récit, en effet, après avoir connu la troisième dimension en rencontrant la Sphère, il théorise la possibilité de connaître autres dimensions (et ici l'allusion aux surfaces de Riemann ce n'est pas casuel), avec l'intention spécifique d'élever de telle manière le propre esprit au-delà des propres sens. Avec les premiers résultats de la théorie de la relativité d'Einstein (1905), enfin, le texte d'Abbott aura des répercussions vraiment inattendues.

Nouvelles plus précises sur la quatrième dimension commencent déjà entre temps à circuler chez les  français à partir de 1910. Entre le 1911 et le 1912 Gaston de Pawlowski, directeur de " Comœdia ", le plus important quotidien parisien littéraire et artistique de la période, publique aux épisodes les chapitres de ce qui serait devenu un classique de la 'science-fiction' française de début du siècle : Voyage au pays de la quatrième dimension [16].

Le sujet de la « quatrième » devient ainsi de domaine publique et pas seulement de domaine scientifique. Aussi Duchamp, entre les autres, il s'intéresse à cette nouvelle dimension où le temps et l'espace sont maintenant unifiées. Mais ces nouvelles théories scientifiques constituent une véritable révolution mentale pour la société du XXème siècle, parce que la théorie de la relativité, avec la théorie des quanta et la géométrie non-euclidienne, élargissent maintenant les horizons de la science et de la pensée, en mettant en véritable crise les vieilles et obsolètes certitudes positivistes. En effet, les nouveaux coordonnées espace-temps agrandissent non seulement les connaissances de la physique, mais, matière encore plus important, elles ont la force de produire des profondes transformations mentales, culturelles et psychologiques en toute la société.

D'autre part, Albert Einstein dans sa recherche se rend parfaitement compte qu'à la base de la nouvelle notion d'espace-temps est unie nécessairement celle de la simultanéité. Le virage bruyant einsteinienne, fondé sur le principe de relativité, accueille donc en soi tous les phénomènes physiques, mais surtout il indique une nouvelle manière d'observer la réalité, celle qui de la spatialité tridimensionnelle invite à regarder à celle-là de 'la quatrième', plus organique et complète (un regard holistique, on dirait aujourd'hui, c'est-à-dire qu'il s'adresse au « système » qui est sous-tendu au phénomène observé.





Marcel Duchamp et la Quatrième Dimension



Dans l'entretien avec Pierre Cabanne en 1967, Duchamp s’approche au sujet par les termes suivants: « Ce que nous intéressait à ce temps c'était la quatrième dimension. Dans la Boîte Verte il y a un tas de notes sur la quatrième dimension […].  Depuis que je croyais qu'on pût peindre l'ombre d'une chose aux trois dimensions, un objet quelconque - comme la projection du soleil sur la terre qui crée deux dimensions - par analogie simplement intellectuelle je considérai que la quatrième dimension pouvait projeter un objet à trois dimensions ; en autres mots chaque objet aux trois dimensions que nous observons froidement c'est une projection d'une chose à quatre dimensions que nous ne connaissons pas. Il était presque un sophisme, mais il était aussi en fin de compte une chose possible » [17].

Dans les notes de la Boîte Verte, une boîte contenant quatre-vingt treize notes relatives à la réalisation de La Mariée mise à nu… [18], est souvent mentionné cette zone-limite, cet écart, ou «horizon-charnière », que revenant d'une dimension (la « troisième ») a le pouvoir de nous projeter dans une autre (la « quatrième ») [19].

On trouve plusieurs œuvres de Duchamp qui expriment adéquatement ce concept, ou plutôt cette intuition. Nous observons entre temps le plus évident, c'est-à-dire la Porte qu’il se fit construire au 11 de rue Larrey en 1927. Il s’agit d’une porte que, alternativement, ouvre ou ferme en même temps deux milieux distincts et séparés [20]. Donc c’est une porte qui ne délimite pas une zone de frontière (elle s'ouvre en se fermant et se ferme en s'ouvrant) et ce qu'il veut 'voir' Duchamp c'est le passage de communication que s'instaure entre deux milieux: celui-ci dans lequel nous nous remuons comme d’habitude et ce qui réussissons, par contre, vaguement, à percevoir [21].

Ce qu’intéresse ici Marcel Duchamp il est, évidemment, ce qu'il sous-tend au phénomène visuel. Pour cette raison, l'attention de Duchamp s'adresse principalement aux idées et aux opérations mentales là-bas impliquées, et pas plus seulement aux aspects visuels ou « rétiniens ». Son but, en effet, est celui-ci de mener l'attention du sujet qui observe et il recherche, vers une connaissance « élargie », dans un état de silence dans lequel on effleure la magie [22], un endroit, cet aspect ‘quadridimensionnelle’, que l'artiste aperçoit comme lieu de nouvelles possibilités dans lequel « La représentation matérielle ne sera qu'un exemple de chacune de ces formes principales libres » [23].

Une pensée profonde du poétique duchampienne est axé sur le tentative de montrer donc les passages dimensionnels entre les plusieurs et différents niveaux de la réalité afin d'en extraire de nouvelles significations, mais aussi de nouvelles manières parmi lesquelles cette signification se révèle, en mettant en scène une image comme lieu de passage entre différents niveaux de réalité. Les ‘readymades’ en sont, en tel sens, le premier exemple et aussi le plus étonnant de cette conception.

Lorsque, en 1915, Marcel Duchamp commence à travailler à La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, ou Grand Verre, l'œuvre considérée le point central de toute sa poétique - où il dirige idées et travaux significatifs aussi bien, précédemment, comme Dulcinée, Jeune homme et jeune-filles dans le printemps, Mariée, Trois Stoppages-étalon, que, en suivant, comme Étant donnés - il propose encore une nouvelle réalité de l'œuvre, heure vécue comme « organisme », c'est à dire un corps qu'il occupe une place à l'intérieur de la réalité environnante qui l'accueille, il lui conditionne et elle en est conditionnée.

Déjà dans le projet initial ils prévoient deux parties bien déconnectées: une, supérieur, dédié à la Mariée; une, inférieur, destinée aux neuf célibataires. Entre ces deux mondes partagés, cependant, Duchamp laisse une troisième « espace de possibilités », un limen, un horizon-charnière qui pourrait devenir « le lieu de rencontre de deux mondes séparés », comme affirme Francois Lyotard en se référant à la Note duchampienne Peut-être faire un tableau de charnière, où on peut lire : « Faire valoir le principe de charnière dans le déplacements 1° dans le plan 2° dans l’espace » [24].  Mais c’est dans l'invisibilité que ces réunions, ces possibilités qui donnent origine à de nouvelles significations peuvent se manifester. Le monde représenté par le Grand Verre est donc celui de l'apparition, c'est-à-dire un type de réalité invisible qui reste au-delà de ce qui semble, car il s’agit d’une autre dimension [25].

Duchamp, dans ses Notes, définit le Grand Verre aussi comme « Un monde en jaune » [26]. En faisant allusion et en sous-entendant aussi à une propagation de la lumière dans les couches profondes de la matière [27], le Grand Verre devient de telle manière aussi bien une représentation symbolique de la lumière même. Mais alors, est-ce que ceci ne reste pas à signifier, peut-être, que pour Duchamp aussi la matière « vit » dans son espace quadridimensionnel (c'est-à-dire celui-là de la lumière) qui intuitivement réussissons à apercevoir grâce à ce qui se révèle à nos sens en formes tridimensionnelles mais que, comme la lumière, ne peut pas que se retrouver dans le monde des idées?

En lisant les Notes de la Boîte Verte, mais aussi celles de la Boîte Blanche [28], il est facile de voir que  ces indications pourraient être à l'origine de la pensée de Duchamp sur la quatrième dimension. Par exemple, en lisant la Note 1912. Machine à 5 cœurs [29], il est évident que la route Jura-Paris que « tendra vers la ligne pure géométrique sans épaisseur » constitue l'horizon-charnière dans lequel d'un espace à deux ou trois dimensions on passe à un espace quadridimensionnel, c'est-à-dire un espace en même temps de nature mentale et physique, une sorte de hyperspace (ou espace virtuelle), dans lesquelles on respire cette liberté de « penser l'impossible ».

Le philosophe français Jean-François Lyotard lui aussi reconnaît que cette virtualité a sa propriété particulière, en joignant cependant à la conclusion inévitable de l’infigurable dans l’espace perceptive de ce qu'est pensé. Toutefois, en reconnaissant que La Mariée mise à nu... soit la mise en œuvre des recherches duchampiennes sur l’espace, et stimulé également par la lecture des Notes des différents Boîtes, Lyotard détermine dans le Grand Verre un exemple de 'greffage' de la quatrième dimension sur objets de la troisième.

Le Grand Verre montre, en effet, formes situées dans une place tridimensionnelle. En haut à gauche, par exemple, le Pendu femelle (comme Duchamp dénomme ultérieurement la Mariée pour en suggérer le mouvement ondulé), selon Lyotard, présente formes qui dérivent d'une organisation de style cubiste, tridimensionnel mais avec un point de vue « explosé » [30] ; différemment, en haut à droite à côté de Pendu femelle, Duchamp suggère et indique un effet de profondeur à travers les Pistons de courant d'air, effet obtenu à travers le claquement de morceaux d'étoffe de gaze exposé à l'action du vent.

Mais en partant des réflexions de Duchamp sur l’espace, Lyotard joint à supposer une unité profonde entre ces formes, unité qu'il serait de rechercher dans une figure de la seule quatrième dimension. Le voilà, alors, que l’espace de la Mariée semblerait être un « conte » unifié mais doué des espaces multiples: il ne sera pas donc concevable, ou pensable, selon les canons de la construction « légitime » de la géométrie euclidienne, parce qu'ici le cas (l’hasard mallarmien) [31] joue un rôle essentiel dans la fabrication de ces « formes principales libres » [32].

L'horizon-charnière est alors ce type de dispositif « mentale » qui, selon Lyotard, on permet de transformer, sur le plan du verre, une projection perspective « classique » dans une projection dans lequel l’espace hésite sur la propre identité et devient flottant. Il est donc nécessaire d'imaginer l'existence d'une quatrième dimension, dans laquelle le problème de la représentation nécessairement se dissout. Le voilà parce que Lyotard affirme que la caractéristique principale du Grand Verre est de fuir à quelconque effet de contrôle et de synthèse interprétative. La dissolution des ensembles visuels provoqués par le travail de Duchamp n'ont pas donc le bût de retrouver un corps ou une forme encore plus « originale » de celui-là des origines, en ouvrant cependant, de telle manière, à un monde prive de n'importe quel point de référence préétablis. La seule ambition que Lyotard reconnaît au Duchamp est celle-là de vouloir « aveugler » l'œil du spectateur qui croit de voir quelque chose. Faire donc une « peinture de la cécité » par pures inventions, ou des « transformateurs », comme Lyotard même définit l'opérateur mental qui met sur ces limen, appelé duchampienment horizon-charnière, que cependant c'est le point de rencontre et de raccordement entre la partie inférieure et la supérieure que nous voyons dans le Verre, et donc endroit de nouvelles possibilités et de jour en jour nouveaux significations [33].

C'est pour ça donc que l'invitation-projet présente dans une Note de la Boîte Verte : « Perdre la possibilité de reconnaître (d'identifier) 2 choses semblables - 2 couleurs, 2 dentelles, 2 chapeaux, 2 formes qc. Arriver à l'impossibilité de mémoire visuelle suffisante pour transporter d'un semblable à l'autre l'empreinte en mémoire » [34] apparaît comme manifeste sollicitation à mettre en cause le statut de l'œuvre d'art traditionnel, ou « classique », encore saisie tenacement à la notion de 'mimesis' qui a en Aristote ses racines.

L'obscurité, ou mieux l'ambiguïté de la phrase, permet ainsi à l'artiste français de ne pas tomber dans un simple discours théorique qui réduirait la portée subversive de son projet, ou acheminer une critique à la société qui n'est pas seulement de type esthétique, mais aussi, et surtout, culturel et politique. A travers  Duchamp l'œuvre d'art ne vise pas plus à la compréhension du public, mais seulement à susciter des effets qui ne sont plus immédiatement déchiffrables. Lyotard reconnaît qu'à le public appartient la tâche du commentaire; cependant, quand il parle d'un public destiné à commenter une œuvre de Duchamp il est évident que le sien n'est pas une invitation à « tenter de comprendre » ou « penser d’avoir compris »; pour celui-ci le philosophe français exhorte à ne pas prendre comme définitive la sienne (et le d'autrui aussi) interprétation de l'œuvre de Duchamp.

D'autre part, il ya toujours quelque chose dans l'œuvre de Duchamp et, plus en général, dans l'œuvre d'art moderne, qui reste non interprétable. Pour ce motif Lyotard s'efforce déjà au début de son analyse à montrer pas la compréhension de la phrase duchampienne, mais plutôt son incompréhensibilité - de laquelle cependant se dégage toute une série de sens qui restent souvent inconnus à l'auteur même - et à procéder dans l'exaltation du non-sens et de ses infinies variables et possibilités.

Nous n'oublions pas, en effet, que la réalité « vraie » est fuyante, indéfinissable; et non pas parce qu’elle sois changeant, mais parce que elle « vit » dans une autre sphère, dans une dimension que nous aussi faisons fatigue à comprendre et se trouve elle-même en devenir. On marche, en effet, entre ombres et illusions et rien de ce qu'on voit, qu'on touche et qu'on pense possède une consistance réelle. Le voilà, donc, qu'entre nous et la réalité il s'interpose une limite: c'est la limite de notre vue, l'horizon-limite - comme parfois l'appelle Duchamp même -, c'est la limite de notre mémoire et de tout ce que fait partie de nos connaissances.

L'objet qui voyons d'une côté n'est pas le même que nous voyons de l'autre: et pourtant l'objet est le même. Donc, ce qu'on voit n'est pas que l'ombre d'une réalité qui se trouve dans une autre dimension. Et représenter la réalité en termes géométriques ce n'est pas que représenter une ombre d'une ombre.

Ceux-ci sont les pensées qui stimulent Duchamp à aller au-delà de cette ombre et a sortir de la trop étroite caverne platonique dans lequel « l’homme nouveau » de la société industrielle s’est maintenant emprisonné. Lorsque, en 1918, Marcel Duchamp exécute Tu ‘m - le dernier tableau anti-tableau que, à travers un écouvillon proéminent, projet une ombre de partie de soi au-delà de l'étage bidimensionnel, il inclut en soi tout ce que, en qualité de « ombres mnémoniques », appartient de ses travaux précédents (différents readymades (Trois Stoppages-étalon, etc.) [35] - il indique expressément, avec une main peinte comme un enseigne signalétique, que ce que doit induire au commentaire ou à la contemplation, se trouve au-delà des ombres, simples projections bidimensionnelles de réalités tridimensionnelles. Il est aux idées, en effet, que le philosophe Duchamp ambitionne.

D'après Plotin, comme selon Duchamp, les idées sont formes libres qui s'envolent de la mesure des sens. Ce que les sens perçoivent, en effet, c'est simple apparence et seulement dans l'invisible on s'aperçoit de la vraie réalité. La géométrie, par conséquence, est seulement un instrument de représentation de l'ombre des idées, c'est-à-dire qu'elle est seulement un instrument à travers lequel on peut voir des formes : et on les voit, bien sûr, mais sans pouvoir jamais complètement les voir. Mais si Duchamp est passionné de l'idée, le problème, s'il y en a un, c'est a comment la représenter. Le voilà que la représentation de l'idée (l'apparition, c'est-à-dire quelque chose qui reste au-delà de ce qu'apparaît), dans l'œuvre duchampienne a lieu dans une autre dimension (« la quatrième ») qui est et reste une dimension exclusivement mentale.

L'art et la pensée de Duchamp ont la force d'annoncer, de préfigurer et de promettre donc l'existence d'un nouveau genre de temps, d'espace, de sensibilité et de raison, en introduisant dans la réalité « vivante » un nouveau système de valeurs capables d'en changer le sens au fond de ses fondements.

L'espace de l'observateur « classique » était réglée par les lois de la géométrie euclidienne et de l'albertienne central perspectif. Aujourd'hui nous savons que la perception perspective et rigoureusement géométrique de la réalité n'est pas la façon « naturelle » de la vision, mais un  « système conceptuel », une « forme symbolique » - en utilisant un terme suffisamment congru de l'historien de l'art Erwin Panofsky [36] - et partiel de représentation de la réalité.

Les façons de représentation de l'espace, en effet, ne sont pas que des méthodes de construction de l'image avec lesquels on représente seulement ce qu'on connait de la réalité et pas ce qu'on voit; des méthodes donc conditionnés des habitudes et de la culture. La perspective mathématique de la Renaissance n’est pas donc la manière naturelle de peintre la réalité, mais c'est un apparat conceptuel complexe qui privilège la représentation de certains renseignements structuraux (relations métriques) respect aux renseignements d'autre type, et ensuite bien différentes de ceux transmises, par exemple, de l'art archaïque ou primitive. Les lois de la perspective ne coïncident donc pas avec celles-là de la vision, comme il est vrai qu'une reproduction « réaliste » peut résulter trompeur pour celui qui n'est pas éduqué à cette manière de représentation: « Reconnaître un objet signifie déterminer quelques-uns de son traite structuraux saillants. Une réplique produit mécaniquement peut seulement dissimuler, ou déformer, tels traits ». C'est l'admirable conclusion, à nôtre avis, de l'historien de l'art et psychologue allemand Rudolf Arnheim [37].

En définitive, la « quatrième » théorisée par Marcel Duchamp est seulement une manière différente de penser la réalité, et la poésie, comme un langage sémantiquement ouvert; il est l'instrument le plus apte pour comprendre et s'adapter à la « quatrième », parce qu'elle on met dans une condition de « élévation » qu'on fait voir les choses sous un autre aspect, plus flottant et harmonique et, vraiment pour celui-ci, encore plus réel. Et, dans ce sens, résultent véritablement opportunes les mots de Duchamp quand il affirme simplement: « D'autre part, la poésie est la seule façon pour dire quelque chose »[38].





[1] I. Kant, Träume eines Geistersehers, erläutert durch Träume der Metaphysik, Königsberg, J. J. Kanter, 1766 ; tr. fr. Les Rêves d’un visionnaire éclaircis par les rêves de la métaphysique, traduction par Joseph Tissot, Paris, Librairie Ladrange, 1863.

[2] Cinquième postulat d'Euclide : « étant donné un point et une droite ne passant pas par ce point, il existe une seule droite passant par ce point et parallèle à la première ».

[3] Lui aussi pure manifestation des capacités 'constructives' de la pensée.

[4] Cf. R. Osserman, Poetry of the Univers : A Mathematical Exploration of the Cosmos, New York, Anchor Books, 1995, p. 88 ; tr. fr. Les Mathématiques de l’Universe. Ératosthène, Einstein, Dante, Feynman et les autres, Paris, Le Pommier, 2008.

[5] G. Apollinaire, Les peintres cubistes, Paris, Figuières, 1913 ; nouvelle édition G. Apollinaire, D. Eimert, Le Cubisme, Paris, Parkstone International, 2010, p. 12.

[6] Ibidem, p. 17. Mais il faut absolument remarquer une certaine 'concordance' entre ce qui exprime Apollinaire et ce qu'écrira plus tard Duchamp en la probablement premier Note qu'il ouvre la Boîte Verte, la 1912. La machine à 5 cœurs (feuille 1 e feuille 2), dans lequel l'auteur décrit le voyage en voiture vers l'Etivàl, dans le Jura, entrepris avec  Apollinaire même, Picabia et la femme de ce dernier Gabrielle Buffet ; pour toutes le Notes cités ici voir M. Duchamp, Duchamp du signe, écrits réunis et présentés par M. Sanouillet, Paris, Flammarion, 1975, alors que les reproductions à la presse de ces notes sont celles de La Bôite Verte en dotation à la Tate Gallery de Londres dans la reproduction Typo/Topographique réalisé en 1960 de Richard Hamilton sous la direction de Marcel Duchamp, consultable à l’adresse

[7] Cf. R. Penrose, The Emperor's New Mind, Oxford, Oxford University Press, 1989 ; traduit de l'anglais par Christian Jeanmougin, Les ombres de l'esprit : à la recherche d'une science de la conscience, Paris, InterEditions, 1995.

[8] En général, on fait correspondre aux droites du plan les lignes géodésiques d'une surface courbe. Ces dernières, en effet, conservent la caractéristique principale des lignes droites et précisément ce sont les lignes les plus brèves que sur la surface on la proprieté de joindre deux points données. Sur la surface de la sphère les géodésiques sont précisément les maximums circonférences, c'est-à-dire les circonférences qu'on obtient en coupant la surface de la sphère avec des plans passant pour son centre. Exemples familiers sont les méridiens et l'équateur et non les parallèles. Mais sur la surface de la sphère « droites » n'existent pas, ou mieux géodésiques qui ne se rencontrent pas. Pour conséquence, n'existeraient pas des parallèles!

[9] M. Duchamp, « The Great Trouble with Art in This Country », interview by James Johnson Sweeney, Bulletin of the Museum of Modern Art, Volume 13, No. 4-5 (1946), pp. 19-21 ; traduction française « Entretien Marcel Duchamp - James Johnson Sweeney », in Duchamp du signe, Écrits, dir. par Michel Sanouillet avec la collaboration d’Elmer Peterson, Paris, Flammarion, 1975, p. 183.

[10] De Jean Metzinger et son entourage (Fernand Léger, Albert Gleizes et Juan Gris, les peintres cubistes qui fréquentaient avec Alexander Archipenko le cercle de Puteaux institué par les frères Jacques Villon et Raymond Duchamp-Villon), Marcel Duchamp, en se référant au refus qui opposèrent à l'exposition de son Nu descendant un escalier au Salon des Indépendants de 1912, disait: « Ça m'a aidé à me libérer du passé, au sens personnel du mot. J’ai dit: Bon, puisque c'est comme ça, pas question d'entrer dans un groupe, il ne faudra compter que sur soi, être seul », cf. M. Duchamp, Ingénieur du temps perdu, Paris, Pierre Belfond, 1977, p. 52.

[11] J. Metzinger, « Cubisme et Tradition », Paris-Journal, 16 août 1911 ; cité dans E. F. Fry, Le cubisme, Bruxelles, La Connaissance, 1968, p. 67.

[12] Ibidem.

[13] L. Dalryple Henderson, The Fourth Dimension and Non-Euclidean Geometry in Modern Art, Princeton, Princeton University Press, 1983, p. 89 [New ed., MIT Press, Cambridge 2013].

[14] E.A. Abbott, Flatland: A Romance of Many Dimensions, Seeley and Co., London 1882; L'ouvrage ne fut publié en France qu'en 1968 dans la collection « Présence du Futur » chez Denoël, traduit par Elisabeth Gille, Flatland... une aventure à plusieurs dimensions..., Paris, Denoël, 1968, p. 118. Publié anonyme en 1882, il eut une second édition, revue, deux ans après. Comme précisé dans le texte, Flatland, Spaceland, Lineland, Pointland et Toughtland sont synonymes, respectivement, du Pays du Plan, de l’Espace, de la Ligne, du Point et de la Pensée. À lire avec plaisir, et en connexion avec les préoccupations artistiques de Duchamp, c'est le dédicace incroyable avec lequel Edward Abbott donne début à son récit fantastique : « Aux habitants de l’ESPACE EN GÉNÉRAL et à H. C. en particulier Cette Œuvre est Dédiée Par un Humble Carré Originaire du Pays des Deux Dimensions Dans l’Espoir que Tout comme lui-même a été Initié aux Mystères des TROIS Dimensions Alors qu’il en connaissait SEULEMENT DEUX Ainsi les Citoyens de cette Céleste Région Élèveront de plus en plus leurs aspirations Vers les Secrets de la QUATRIÈME, de la CINQUIÈME ou même de la SIXIÈME Dimension Contribuant ainsi Au Développement de l’IMAGINATION Et peut-être au progrès de cette Qualité excellente et rare qu’est la MODESTIE Au sein des Races Supérieures de l’HUMANITÉ SOLIDE ». Ces  extraits du texte abbottien ici transcrits traitent des thèmes et images que dans ces ans Marcel Duchamp, tout de suite après l'abandon de la peinture (1912), traitera et approfondira comme bibliothécaire du la Bibliothèque de Sainte Geneviève à Paris.

[15] Ibidem, pp. 118-119.

[16] G. de Pawlowski, Voyage au pays de la quatrième dimension, Paris, E. Fasquelle, 1912 ; on compte aussi une édition de poche chez Images modernes, Paris, une édition en 2004 avec une préface de Jean Clair ; à cet égard, il faut aussi mentionner J. Clair, Marcel Duchamp ou le grand fictif, Galilée, Paris 1975, où la lecture du Grand Verre est toute orientée à la recherche de correspondances entre le travail de Duchamp et le Voyage de Pawlowski.

[17] M. Duchamp, Ingénieur du temps perdu. Entretiens avec Pierre Cabanne, nouvelle édition augmentée, Paris, Belfond, 1977 [1re édition : P. Cabanne, Entretiens avec Marcel Duchamp, Paris, P. Belfond, 1967] ; édition mise à jour, Paris, Somogy, 1995, p. 73.

[18] Publiée en 300 exemplaires, son but spécifique, selon les mots du même Duchamp, il était ce de « réunir dans un album, comme le catalogue de Saint-Étienne, des calculs mathématiques, des réflexions sans quelques-uns rapport entre eux [...]. Je voulais que cet album aille avec le Verre et qu'on puisse le consulter pour voir le Verre parce que, selon moi, il ne devait pas être regardé au sens esthétique du mot. Il fallait consulter le livre et les voir ensemble. La conjonction des deux choses enlevait tout le coté rétinien que je n'aime pas. C’était très logique » ; cf. M. Duchamp, Ingénieur du temps perdu, cit., p.73 ; voir aussi M. Riparini, Le Grand Verre ou la vision « poétique » de Marcel Duchamp, Academia.edu, août 2014.

[19] Voir la Note Peut-être faire un tableau de charnière, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 36.

[20] Une pièce de bains et une chambre. Duchamp, marié avec Lydie Sarazin-Levassor, en n'ayant pas obtenu la dot espérée et adapta son étude au septième étage au 11 de rue Larrey pour vivre avec sa jeune femme : pour nettoyer les murs Duchamp même utilisa, comme papier peint, du papier absorbante gris-rose ; cf. L. Fischer Sarazin-Levassor, Un échec matrimonial : Le cœur de la mariée mis à nu par son célibataire même, préface par Marc Décimo, Dijon, Les Presses du Réel, 2004.

[21] A cet égard, il peut être intéressant de consulter le Notes de Duchamp, publiées posthumes, relatives à la notion de inframince ; cf. M. Duchamp, Notes, notes inédites réunies et présentées par Paul Matisse et Pontus Hulten, Paris, Centre Georges Pompidou, 1980 ; voir aussi M. Riparini, Le Grand Verre ou la vision « poétique » de Marcel Duchamp, cit.

[22] Cf. M. Duchamp, « The Creative Act », in Art News, vol. 56, n. 4, New York, summer 1957 ; Intervention lors d’une réunion de la Fédération Américaine des Arts à Houston, 3-6 avril 1957 et publié avec la traduction française de l’auteur.

[23] Voir la Note Les formes principales de la machine célibataire, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 60.

[24] Voir la Note Peut-être faire un tableau de charnière, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 36.

[25] Cf. C. Subrizi, Introduzione a Duchamp, Bari-Roma, Laterza, 2008, p. 10.

[26] Voir la Note La Mariée mise à nu par ses célibataires, même, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 59.

[27] Voir la Note Eclairage intérieur, dans lequel Duchamp précise : « Chaque matière dans sa composition chimique est douée d’une phosphorescence [...], l’apparence de matière ayant moléculairement un foyer lumineux », in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 94.

[28] M. Duchamp, Notes, cit.

[29] Voir la Note 1912. La machine à 5 cœurs, (feuille 1 e feuille 2), in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 35.

[30] Cf. J.-F. Lyotard, Les transformateurs Duchamp, Galilèe, Paris 1977, p. 97.


[32] Voir la Note Les formes principales de la machine célibataire, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 60, cité aussi en J.-F. Lyotard, Les transformateurs Duchamp, cit., p. 98.

[33] Dans le temps, les conditions, dûes aussi au hasard, changent, comme changent aussi, par conséquence, les sens. Est-ce qu'il est celui-ci, donc, le monde einstenien relativiste, où spatialité et temporalité, lié-unifiées et en métamorphose osmotique continue, est-ce qu'ils réentegnent de tout ce qu'il arrive?

[34] Voir la Note Perdre la possibilité de reconnaître, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., p. 42.

[35] Voir la Note Ombres portées de Readymades, in M. Duchamp, Duchamp du signe, cit., pp. 45-46.

[36] Cf. E. Panofsky, Die Perspektive als ‘symbolische Form’, in “Vorträge der Bibliothek Warburg”, Lipzig-Berlin 1924; tr. fr. La perspective comme forme symbolique, Paris, Édition de Minuit, 1975.

[37] R. Arnheim, Art and Visual Perception : A Psychology of the Creative Eye, Berkeley-Los Angeles, University of California Press, 1954 ; tr. fr. La pensée visuelle, Paris, Flammarion, 1997.


[38] Cf. A. Gervais, Un Chapeau à le livre de J. Suquet, Le Grand Verre : Visite Guidée, Paris, L’Echoppe, 1992 [consultable à l’adress http://www.toutfait.com/issues/issue_1/Articles/largeglassFrench.html]; voir aussi M. Riparini, Le Grand Verre ou la vision « poétique » de Marcel Duchamp, cit.